C’è una forma di lotta alla mafia che non fa rumore, non inaugura targhe, non convoca conferenze stampa. Non ha scorte né palchi, non vive di anniversari né di rituali civili. È una lotta silenziosa, testarda, quotidiana. Si consuma nei magazzini, nelle tipografie, nelle librerie indipendenti, nei cataloghi che non inseguono il mercato ma una visione. È la lotta culturale. Ed è qui che un’esperienza come quella delle Edizioni Kemonia assume un significato che va ben oltre il perimetro editoriale.
Perché la mafia, prima ancora che un sistema criminale, è un sistema culturale. È un modo di pensare, di raccontare il mondo, di gestire il potere e il silenzio. La sua forza non sta solo nelle armi o nel denaro, ma nella capacità di colonizzare l’immaginario, di rendere “normale” ciò che non lo è, di trasformare l’obbedienza in virtù e il conformismo in buon senso. Contro questo sistema, la repressione giudiziaria è necessaria ma non sufficiente. Senza una contro-narrazione, senza un lavoro profondo sulle coscienze, la mafia sopravvive anche quando viene colpita.
In questo spazio scomodo e decisivo si colloca l’editoria indipendente quando sceglie di non essere neutrale. Edizioni Kemonia, nata e cresciuta a Palermo, non ha mai nascosto la propria collocazione: stare nei territori, parlare dai margini, rifiutare le scorciatoie del potere culturale. Pubblicare a Sud, e farlo senza complessi di inferiorità, è già un atto politico. Significa affermare che il pensiero non nasce solo nei centri riconosciuti, che la cultura non è un bene da importare, che le periferie possono produrre visioni e non solo subire modelli.
La mafia ha sempre temuto i territori che pensano. Non quelli folkloristici, addomesticati, ridotti a cartolina o a lamentazione, ma quelli capaci di interrogarsi, di produrre senso critico, di leggere la propria storia senza mitologie consolatorie. La cultura dei territori, quando è autentica, non è localismo: è radicamento. È consapevolezza di sé. Ed è pericolosa per ogni potere opaco, perché sottrae spazio all’ambiguità e alla delega.
Kemonia ha costruito nel tempo un catalogo che non consola ma disturba. Libri che non offrono ricette semplici, che non indulgono nella retorica dell’eroismo facile o dell’antimafia di facciata. Qui la legalità non è uno slogan, ma una pratica intellettuale. È il rifiuto delle semplificazioni, la fatica della complessità, la scelta di dare parola a voci scomode, spesso marginali, talvolta ignorate dai grandi circuiti editoriali. Una legalità che non cerca applausi, ma lettori disposti a mettersi in discussione.
In un Paese come l’Italia, dove la lotta alla mafia è diventata anche un settore, con i suoi linguaggi codificati e i suoi rituali rassicuranti, l’indipendenza culturale è forse la forma più radicale di antimafia. Non dipendere da grandi gruppi, non inseguire bandi come unica forma di sopravvivenza, non piegare il pensiero alle mode del momento significa sottrarsi a quella zona grigia dove il potere, anche quando si dice “buono”, chiede sempre qualcosa in cambio.
La controcultura di cui Kemonia è espressione non è antagonismo sterile né ribellismo estetico. È piuttosto una forma di disobbedienza civile mite e ostinata. Pubblicare libri che non servono a fare carriera, ma a fare domande. Costruire spazi di pensiero che non promettono successo, ma responsabilità. È una scelta che comporta fatica, marginalità, spesso invisibilità. Ma è proprio in questa invisibilità che si misura la sua forza.
La mafia prospera sul silenzio, sulla deferenza, sull’idea che “le cose sono sempre andate così”. Ogni libro che rompe questa narrazione, che restituisce dignità al pensiero critico, che invita a non accettare l’ordine delle cose come destino, è un atto di sabotaggio culturale. Non fa notizia, ma lavora in profondità. Non produce titoli a effetto, ma coscienze vigili.
C’è poi un elemento spesso sottovalutato: l’editoria come infrastruttura civile. In un territorio fragile, una casa editrice indipendente è come una strada o un acquedotto. Non si vede subito la sua utilità, ma senza di essa il tessuto sociale si inaridisce. I libri non fermano le pallottole, ma impediscono che la violenza diventi l’unico linguaggio possibile. Offrono alternative simboliche, aprono spazi di immaginazione, rendono meno inevitabile ciò che appare tale.
Edizioni Kemonia non ha mai preteso di essere un baluardo eroico. Non ha costruito la propria identità sull’eccezionalità, ma sulla coerenza. Ed è forse questo il suo contributo più prezioso alla cultura della legalità: dimostrare che resistere è possibile anche senza proclami, che si può stare dentro i territori senza farsi catturare dalle loro ombre, che la controcultura non è una posa ma una pratica quotidiana.
In un tempo in cui la mafia ha imparato a mimetizzarsi, a parlare il linguaggio della normalità e persino della legalità formale, l’unica vera minaccia resta una cultura che non si lascia addomesticare. Una cultura capace di smascherare le narrazioni tossiche, di rifiutare le scorciatoie, di coltivare il dubbio come forma di igiene democratica.
Forse la legalità non si predica davvero. Si costruisce. Si stampa. Si rilegge. E passa di mano in mano, come un libro che non promette salvezza, ma libertà.
