mercoledì 11 febbraio 2026

La serranda sulla cultura

 



Chiude la Hoepli, non per mancanza di libri ma di lettori: a Milano si spegne uno storico faro civile, nell’indifferenza di un Paese che ha scambiato la fretta per progresso.

 

La chiusura della Hoepli non è una notizia: è un sintomo. E come tutti i sintomi arriva tardi, quando la febbre è già salita da un pezzo e noi abbiamo fatto finta di niente.

La Hoepli – quella vera, di via Ulrico Hoepli a Milano, con le sue scale, i suoi reparti ordinati come una biblioteca prussiana e l’odore di carta che sapeva di Europa – non era soltanto una libreria. Era un’istituzione laica. Fondata nel 1870 da un editore svizzero trapiantato sotto la Madonnina, aveva attraversato monarchie, guerre, fascismi, boom economici e riflussi ideologici senza mai perdere la sua identità: vendere libri seri a gente curiosa. Un mestiere semplice e rivoluzionario.

Ora chiude. O, per essere più precisi, abbassa le serrande in un’Italia che non le alza più per nessuno. Non è un fallimento improvviso, non è la scena melodrammatica di un libraio in lacrime che spegne la luce per l’ultima volta. È qualcosa di più sottile e più grave: è la resa silenziosa di un presidio culturale in un Paese che ha smesso di considerare la cultura un bene primario.

Qualcuno dirà che è colpa di Amazon. È la risposta più comoda, e dunque la più gettonata. Amazon è il nuovo Attila: dove passa lui, non cresce più un segnalibro. Ma la verità è meno epica e più domestica. Amazon vende quello che noi chiediamo. E noi chiediamo velocità, sconti, consegna in ventiquattr’ore e la possibilità di restituire un romanzo come fosse una camicia che non ci dona. La Hoepli, invece, vendeva tempo. E il tempo, nell’epoca della fretta permanente, è un prodotto fuori mercato.

Entrare alla Hoepli significava esporsi al rischio dell’incontro. Si cercava un manuale di diritto amministrativo e si usciva con un trattato di astronomia. Si andava per un dizionario e si inciampava in un saggio di teologia o in un volume di ingegneria navale. Era una libreria che non ti blandiva: ti sfidava. Ti ricordava che l’ignoranza è vasta e che l’intelligenza richiede fatica. Oggi preferiamo che un algoritmo ci suggerisca “chi ha comprato questo ha comprato anche…”. È più rassicurante. L’algoritmo non ti giudica. Un buon libraio, invece, sì.

C’è poi la questione, tutta italiana, delle città trasformate in vetrine. Milano, che un tempo era capitale morale e officina editoriale, è diventata un centro commerciale con skyline. Le librerie indipendenti resistono come le botteghe degli artigiani: eroiche, ma circondate da affitti stellari e da un turismo mordi e fuggi che fotografa le facciate e ignora gli scaffali. La cultura non fa rumore, non produce code da selfie. E dunque non rende abbastanza.

La chiusura della Hoepli è anche la sconfitta di una certa idea di borghesia. Quella che comprava enciclopedie a rate, che regalava libri per Natale invece di gift card, che considerava lo studio un investimento e non un fastidio. Oggi l’istruzione è spesso ridotta a certificato, la lettura a passatempo residuale, la competenza a opinione. In questo clima, una libreria generalista di alto livello diventa un lusso. E i lussi, in tempi di superficialità diffusa, sono i primi a cadere.

Non si tratta di nostalgia. La nostalgia è un sentimento pigro. Qui non si rimpiange un’epoca d’oro che forse non è mai esistita. Si constata un impoverimento. Quando chiude una libreria come la Hoepli, non perdiamo soltanto un negozio: perdiamo un luogo di orientamento. Un faro. E in un Paese che naviga a vista, spegnere un faro non è mai una buona idea.

Certo, sopravviveranno le piattaforme digitali, gli e-book, le audiocronache lette da voci suadenti. Sopravviveranno le classifiche dominate da influencer e autobiografie di celebrità effimere. Il mercato non tollera vuoti. Ma il mercato non garantisce qualità, garantisce domanda. E se la domanda è modesta, l’offerta si adegua. La Hoepli rappresentava l’ostinazione della qualità. Era una libreria che credeva ancora nel lettore come cittadino, non come cliente.

Qualcuno proverà a organizzare una petizione. Altri scriveranno post indignati sui social – magari proprio mentre aspettano il corriere con l’ennesimo pacco ordinato online. È il nostro sport nazionale: piangere sulle rovine che abbiamo contribuito a creare. Poi passerà anche questa, come passano tutte le notizie che non riguardano il campionato o l’ultima polemica televisiva.

Eppure la chiusura della Hoepli dovrebbe inquietarci più di quanto faccia. Perché misura la temperatura culturale del Paese. Un Paese che legge poco, investe poco in istruzione, considera la cultura un ornamento e non un fondamento, finisce per trovarsi senza librerie e senza idee. E quando mancano le idee, restano solo gli slogan.

La serranda che si abbassa in via Hoepli non è un gesto teatrale. È un rumore secco, quasi burocratico. Ma dentro quel rumore c’è un secolo e mezzo di storia editoriale italiana. C’è l’eco delle generazioni che hanno studiato su quei testi, che hanno preparato esami, costruito carriere, alimentato passioni. C’è un pezzo di Milano che se ne va in silenzio, senza cortei né fanfare.

Forse la Hoepli riaprirà in altra forma, forse si reinventerà online, forse diventerà marchio e memoria. Il capitalismo è creativo quando vuole. Ma una libreria fisica, con i suoi scaffali e le sue polveri sottili di carta, non è replicabile in pixel. È un’esperienza civile prima ancora che commerciale.

Non è la Hoepli che chiude, siamo noi che ci chiudiamo. Chiudiamo la curiosità, la pazienza, la voglia di approfondire. E mentre le serrande scendono, continuiamo a dirci che va tutto bene, che è il progresso, che il mondo cambia.

Il mondo cambia, sì. Ma non sempre migliora. E quando una libreria storica abbassa la saracinesca, non è solo un esercizio che fallisce. È un pezzo di coscienza civile che si assottiglia. Milano perderà un indirizzo. L’Italia perderà un simbolo. E noi perderemo un’altra occasione per accorgercene in tempo.

 

 

sabato 10 gennaio 2026

La legalità non si predica: si stampa. Le Edizioni Kemonia e la controcultura dei territori





C’è una forma di lotta alla mafia che non fa rumore, non inaugura targhe, non convoca conferenze stampa. Non ha scorte né palchi, non vive di anniversari né di rituali civili. È una lotta silenziosa, testarda, quotidiana. Si consuma nei magazzini, nelle tipografie, nelle librerie indipendenti, nei cataloghi che non inseguono il mercato ma una visione. È la lotta culturale. Ed è qui che un’esperienza come quella delle Edizioni Kemonia assume un significato che va ben oltre il perimetro editoriale.

Perché la mafia, prima ancora che un sistema criminale, è un sistema culturale. È un modo di pensare, di raccontare il mondo, di gestire il potere e il silenzio. La sua forza non sta solo nelle armi o nel denaro, ma nella capacità di colonizzare l’immaginario, di rendere “normale” ciò che non lo è, di trasformare l’obbedienza in virtù e il conformismo in buon senso. Contro questo sistema, la repressione giudiziaria è necessaria ma non sufficiente. Senza una contro-narrazione, senza un lavoro profondo sulle coscienze, la mafia sopravvive anche quando viene colpita.

In questo spazio scomodo e decisivo si colloca l’editoria indipendente quando sceglie di non essere neutrale. Edizioni Kemonia, nata e cresciuta a Palermo, non ha mai nascosto la propria collocazione: stare nei territori, parlare dai margini, rifiutare le scorciatoie del potere culturale. Pubblicare a Sud, e farlo senza complessi di inferiorità, è già un atto politico. Significa affermare che il pensiero non nasce solo nei centri riconosciuti, che la cultura non è un bene da importare, che le periferie possono produrre visioni e non solo subire modelli.

La mafia ha sempre temuto i territori che pensano. Non quelli folkloristici, addomesticati, ridotti a cartolina o a lamentazione, ma quelli capaci di interrogarsi, di produrre senso critico, di leggere la propria storia senza mitologie consolatorie. La cultura dei territori, quando è autentica, non è localismo: è radicamento. È consapevolezza di sé. Ed è pericolosa per ogni potere opaco, perché sottrae spazio all’ambiguità e alla delega.

Kemonia ha costruito nel tempo un catalogo che non consola ma disturba. Libri che non offrono ricette semplici, che non indulgono nella retorica dell’eroismo facile o dell’antimafia di facciata. Qui la legalità non è uno slogan, ma una pratica intellettuale. È il rifiuto delle semplificazioni, la fatica della complessità, la scelta di dare parola a voci scomode, spesso marginali, talvolta ignorate dai grandi circuiti editoriali. Una legalità che non cerca applausi, ma lettori disposti a mettersi in discussione.

In un Paese come l’Italia, dove la lotta alla mafia è diventata anche un settore, con i suoi linguaggi codificati e i suoi rituali rassicuranti, l’indipendenza culturale è forse la forma più radicale di antimafia. Non dipendere da grandi gruppi, non inseguire bandi come unica forma di sopravvivenza, non piegare il pensiero alle mode del momento significa sottrarsi a quella zona grigia dove il potere, anche quando si dice “buono”, chiede sempre qualcosa in cambio.

La controcultura di cui Kemonia è espressione non è antagonismo sterile né ribellismo estetico. È piuttosto una forma di disobbedienza civile mite e ostinata. Pubblicare libri che non servono a fare carriera, ma a fare domande. Costruire spazi di pensiero che non promettono successo, ma responsabilità. È una scelta che comporta fatica, marginalità, spesso invisibilità. Ma è proprio in questa invisibilità che si misura la sua forza.

La mafia prospera sul silenzio, sulla deferenza, sull’idea che “le cose sono sempre andate così”. Ogni libro che rompe questa narrazione, che restituisce dignità al pensiero critico, che invita a non accettare l’ordine delle cose come destino, è un atto di sabotaggio culturale. Non fa notizia, ma lavora in profondità. Non produce titoli a effetto, ma coscienze vigili.

C’è poi un elemento spesso sottovalutato: l’editoria come infrastruttura civile. In un territorio fragile, una casa editrice indipendente è come una strada o un acquedotto. Non si vede subito la sua utilità, ma senza di essa il tessuto sociale si inaridisce. I libri non fermano le pallottole, ma impediscono che la violenza diventi l’unico linguaggio possibile. Offrono alternative simboliche, aprono spazi di immaginazione, rendono meno inevitabile ciò che appare tale.

Edizioni Kemonia non ha mai preteso di essere un baluardo eroico. Non ha costruito la propria identità sull’eccezionalità, ma sulla coerenza. Ed è forse questo il suo contributo più prezioso alla cultura della legalità: dimostrare che resistere è possibile anche senza proclami, che si può stare dentro i territori senza farsi catturare dalle loro ombre, che la controcultura non è una posa ma una pratica quotidiana.

In un tempo in cui la mafia ha imparato a mimetizzarsi, a parlare il linguaggio della normalità e persino della legalità formale, l’unica vera minaccia resta una cultura che non si lascia addomesticare. Una cultura capace di smascherare le narrazioni tossiche, di rifiutare le scorciatoie, di coltivare il dubbio come forma di igiene democratica.

Forse la legalità non si predica davvero. Si costruisce. Si stampa. Si rilegge. E passa di mano in mano, come un libro che non promette salvezza, ma libertà.