Chiude la Hoepli, non per mancanza di libri ma di lettori: a Milano si spegne
uno storico faro civile, nell’indifferenza di un Paese che ha scambiato la
fretta per progresso.
La chiusura della Hoepli non è una notizia: è un sintomo. E come tutti i
sintomi arriva tardi, quando la febbre è già salita da un pezzo e noi abbiamo
fatto finta di niente.
La Hoepli – quella vera, di via Ulrico Hoepli a
Milano, con le sue scale, i suoi reparti ordinati come una biblioteca prussiana
e l’odore di carta che sapeva di Europa – non era soltanto una libreria. Era
un’istituzione laica. Fondata nel 1870 da un editore svizzero trapiantato sotto
la Madonnina, aveva attraversato monarchie, guerre, fascismi, boom economici e
riflussi ideologici senza mai perdere la sua identità: vendere libri seri a
gente curiosa. Un mestiere semplice e rivoluzionario.
Ora chiude. O, per essere più precisi, abbassa
le serrande in un’Italia che non le alza più per nessuno. Non è un fallimento
improvviso, non è la scena melodrammatica di un libraio in lacrime che spegne
la luce per l’ultima volta. È qualcosa di più sottile e più grave: è la resa
silenziosa di un presidio culturale in un Paese che ha smesso di considerare la
cultura un bene primario.
Qualcuno dirà che è colpa di Amazon. È la
risposta più comoda, e dunque la più gettonata. Amazon è il nuovo Attila: dove
passa lui, non cresce più un segnalibro. Ma la verità è meno epica e più
domestica. Amazon vende quello che noi chiediamo. E noi chiediamo velocità,
sconti, consegna in ventiquattr’ore e la possibilità di restituire un romanzo
come fosse una camicia che non ci dona. La Hoepli, invece, vendeva tempo. E il
tempo, nell’epoca della fretta permanente, è un prodotto fuori mercato.
Entrare alla Hoepli significava esporsi al
rischio dell’incontro. Si cercava un manuale di diritto amministrativo e si
usciva con un trattato di astronomia. Si andava per un dizionario e si
inciampava in un saggio di teologia o in un volume di ingegneria navale. Era
una libreria che non ti blandiva: ti sfidava. Ti ricordava che l’ignoranza è
vasta e che l’intelligenza richiede fatica. Oggi preferiamo che un algoritmo ci
suggerisca “chi ha comprato questo ha comprato anche…”. È più rassicurante.
L’algoritmo non ti giudica. Un buon libraio, invece, sì.
C’è poi la questione, tutta italiana, delle
città trasformate in vetrine. Milano, che un tempo era capitale morale e
officina editoriale, è diventata un centro commerciale con skyline. Le librerie
indipendenti resistono come le botteghe degli artigiani: eroiche, ma circondate
da affitti stellari e da un turismo mordi e fuggi che fotografa le facciate e
ignora gli scaffali. La cultura non fa rumore, non produce code da selfie. E
dunque non rende abbastanza.
La chiusura della Hoepli è anche la sconfitta
di una certa idea di borghesia. Quella che comprava enciclopedie a rate, che
regalava libri per Natale invece di gift card, che considerava lo studio un
investimento e non un fastidio. Oggi l’istruzione è spesso ridotta a
certificato, la lettura a passatempo residuale, la competenza a opinione. In
questo clima, una libreria generalista di alto livello diventa un lusso. E i
lussi, in tempi di superficialità diffusa, sono i primi a cadere.
Non si tratta di nostalgia. La nostalgia è un
sentimento pigro. Qui non si rimpiange un’epoca d’oro che forse
non è mai esistita. Si constata un impoverimento. Quando chiude una libreria
come la Hoepli, non perdiamo soltanto un negozio: perdiamo un luogo di
orientamento. Un faro. E in un Paese che naviga a vista, spegnere un faro non è
mai una buona idea.
Certo, sopravviveranno le piattaforme
digitali, gli e-book, le audiocronache lette da voci suadenti. Sopravviveranno
le classifiche dominate da influencer e autobiografie di celebrità effimere. Il
mercato non tollera vuoti. Ma il mercato non garantisce qualità, garantisce
domanda. E se la domanda è modesta, l’offerta si adegua. La Hoepli
rappresentava l’ostinazione della qualità. Era una libreria che credeva ancora
nel lettore come cittadino, non come cliente.
Qualcuno proverà a organizzare una petizione.
Altri scriveranno post indignati sui social – magari proprio mentre aspettano
il corriere con l’ennesimo pacco ordinato online. È il nostro sport nazionale:
piangere sulle rovine che abbiamo contribuito a creare. Poi passerà anche
questa, come passano tutte le notizie che non riguardano il campionato o
l’ultima polemica televisiva.
Eppure la chiusura della Hoepli dovrebbe
inquietarci più di quanto faccia. Perché misura la temperatura culturale del
Paese. Un Paese che legge poco, investe poco in istruzione, considera la
cultura un ornamento e non un fondamento, finisce per trovarsi senza librerie e
senza idee. E quando mancano le idee, restano solo gli slogan.
La serranda che si abbassa in via Hoepli non è
un gesto teatrale. È un rumore secco, quasi burocratico. Ma dentro quel rumore
c’è un secolo e mezzo di storia editoriale italiana. C’è l’eco delle
generazioni che hanno studiato su quei testi, che hanno preparato esami,
costruito carriere, alimentato passioni. C’è un pezzo di Milano che se ne va in
silenzio, senza cortei né fanfare.
Forse la Hoepli riaprirà in altra forma, forse
si reinventerà online, forse diventerà marchio e memoria. Il capitalismo è
creativo quando vuole. Ma una libreria fisica, con i suoi scaffali e le sue
polveri sottili di carta, non è replicabile in pixel. È un’esperienza civile
prima ancora che commerciale.
Non è la Hoepli che chiude, siamo noi che ci chiudiamo. Chiudiamo
la curiosità, la pazienza, la voglia di approfondire. E mentre le serrande
scendono, continuiamo a dirci che va tutto bene, che è il progresso, che il
mondo cambia.
Il
mondo cambia, sì. Ma non sempre migliora. E quando una libreria storica abbassa
la saracinesca, non è solo un esercizio che fallisce. È un pezzo di coscienza
civile che si assottiglia. Milano perderà un indirizzo. L’Italia perderà un
simbolo. E noi perderemo un’altra occasione per accorgercene in tempo.

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