Il nome Kemonia racconta la storia di Palermo, e Palermo racconta quella delle Edizioni Kemonia
domenica 25 ottobre 2026
Un fiume sotterraneo che porta libri
Ci sono nomi che sono già una
dichiarazione d'intenti. Kemonia era il fiume di Palermo, un corso d'acqua che
oggi scorre nascosto sotto la città. Le Edizioni Kemonia hanno scelto proprio
quest'immagine: come l'imprevedibile fiume, il marchio editoriale vuole
lasciare il segno, con un patrimonio di idee e di storie da valorizzare. Prima
ancora di aprire un libro, il lettore trova dunque in copertina una piccola
mappa della città: basta saperla leggere.
Per capire che cosa significhi
quel nome bisogna tornare a una Palermo che non c'è più. La città antica, la
Panormos dei Greci, nacque su un promontorio stretto tra due corsi d'acqua, il
Papireto a nord e il Kemonia a sud, che insieme ne disegnavano i confini e
correvano verso il mare. Il Kemonia scendeva d'inverno dalle colline di
Monreale, attraversava il quartiere dell'Albergheria e raggiungeva la costa.
Aveva molti nomi, come i fiumi di una certa età: gli arabi, secondo le
ricostruzioni, lo chiamavano «fiume piccolo»; i normanni lo battezzarono
Kemonia; il popolo lo ribattezzò con un soprannome che non lascia dubbi sul
carattere, «fiume del Maltempo».
Il soprannome era meritato. Chi
ha raccontato la storia di Palermo ricorda con precisione la notte tra il 27 e
il 28 settembre 1557, quando un'onda di piena attraversò la città: le cronache
dell'epoca parlano di duemila morti e di un migliaio di case distrutte. La
piena fu aggravata dal cedimento di una diga costruita tre anni prima per
allontanare le acque verso l'Oreto. Dopo quella catastrofe il fiume fu deviato
verso l'Oreto e, oltre un secolo più tardi, un'altra inondazione, quella del
novembre 1666, convinse i palermitani a scavare i cosiddetti «fossati del
maltempo» oltre le mura meridionali. Lo storico Rosario La Duca ne ha lasciato
un resoconto di perfetta sobrietà: «il Kemonia riprese il suo antico letto, ma
trovò lo sbarramento della nuova porta». La tradizione aggiunge che il custode
della porta, Scipione Valdera, pregò davanti a un'immagine di Santa Rosalia, e
che i battenti si aprirono lentamente, limitando i danni. Le piene tornarono
nei secoli successivi, annotate nei diari cittadini: 1769, 1772, 1778, 1851,
fino al Novecento.
«Antica e bella, splendida e
graziosa, sta alla posta con sembiante seduttore.»
— Ibn Jubayr, viaggiatore arabo,
a proposito di Palermo (XII secolo)
Chi voglia sapere com'era Palermo
quando i suoi fiumi correvano ancora all'aperto può affidarsi allo sguardo di
Ibn Jubayr, il viaggiatore andaluso che la visitò nel XII secolo. Nel suo
resoconto la definisce «città maravigliosa, costrutta come Cordova» e annota
che «un fiume d'acqua perenne l'attraversa» e che ai suoi fianchi «scaturiscono
quattro sorgenti». Oggi quei corsi d'acqua sono stati inghiottiti dal cemento e
dalle fogne, ma non sono scomparsi del tutto: affiorano nei nomi delle strade,
nelle risorgive, nella memoria di un quartiere che sa di essere costruito sopra
qualcosa di più antico.
È un'immagine che funziona, e
funziona per ragioni precise. Un fiume sotterraneo non è un fiume morto: è un
fiume che lavora lontano dagli occhi, che scava, trasporta sedimenti, alimenta
falde e sorgenti, e riemerge quando e dove non te l'aspetti. Lo stesso fa una
casa editrice che riporta in superficie testi dimenticati e dà voce ad autori
nuovi. Il paragone ha anche un fondamento filosofico che i palermitani colti
non faticheranno a riconoscere: a Eraclito si attribuisce l'idea che non ci si
possa bagnare due volte nello stesso fiume, perché l'acqua è sempre un'altra.
Con i libri accade il contrario: il fiume è sempre lo stesso, ma chi lo attraversa
leggendo non è mai la stessa persona.
Nata a Palermo nel 2019, Kemonia
ha voluto essere subito qualcosa di più di un marchio locale. Quando la sua
nascita fu annunciata dalla stampa cittadina, venne presentata come «un marchio
tutto nuovo», con un programma di ampio respiro e tre collane dai nomi
evocativi: «I Vespri» per la narrativa, «Gli Emiri» per la saggistica, «Stupor
Mundi» per la poesia. Tre nomi presi dalla storia siciliana, tre epoche, tre
modi di dire che l'isola non è mai stata una periferia. I libri raccontano le
stagioni d'oro della città, le sue vette e le sue contraddizioni; e chi ama
Palermo trova nel catalogo il suo specchio, mentre chi non la conosce trova un
ottimo motivo per iniziare.
C'è infine una virtù che il fiume
e la casa editrice hanno in comune: la pazienza. Il Kemonia ha aspettato secoli
prima di essere dimenticato, e nemmeno allora ha smesso di scorrere. Un editore
indipendente impara presto che i libri non seguono il ritmo delle mode, ma
quello delle falde profonde: ci vuole tempo perché un autore sia trovato,
perché un titolo dimenticato torni a circolare, perché una voce nuova si faccia
ascoltare. Chi sceglie un nome così accetta di lavorare per la lunga durata.
Anche il nome della città
racconta un'acqua. Panormos, in greco, significa «tutto porto», e il porto di
Palermo, la Cala, era fatto proprio dalla foce dei due fiumi che ne lambivano
il nucleo antico. Il quartiere dell'Albergheria, che il Kemonia attraversava
prima di arrivare al mare, è oggi uno dei più vivi e popolari della città, con
i suoi mercati e i suoi vicoli: un luogo in cui il passato si incontra a ogni
angolo, e in cui il racconto di un fiume scomparso si mescola ai rumori di una
Palermo che non ha mai smesso di vivere nelle strade. Scegliere il nome di quel
fiume vuol dire scegliere di stare in quella parte di città, e in quella parte
di storia.
Sfogliare un
libro Kemonia significa tuffarsi in questa corrente. Non serve essere siciliani
per lasciarsi trascinare: i fiumi, del resto, non chiedono il passaporto a chi
li guarda scorrere.
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