venerdì 19 novembre 2021
"Ricorrenze e altre poesie" di Daniela Musumeci, ovvero “un diario d’anima”. Una recensione di Maria Nivea Zagarella
L’universo poetico di Daniela
Musumeci nel volume Ricorrenze e altre poesie, che riunisce quattro raccolte di
versi editi dal 2006 al 2021, si articola come un denso “diario d’anima”.
Un’anima impegnata nella conoscenza di sé e del mondo. Nella poesia Mattino
(Chiarìa d’acqua, 2014) si legge che è compito di ogni giorno/ dotare di senso
il giorno, ricerca che dalla adolescenza ribelle alla inquieta maturità ha
portato l’autrice a interrogarsi, interrogando l’esistere, e a “ricomporre gli
eventi”, “riannodare i fili rotti” (Doveri d’allegria, 2006), “incantarsi a
tracciare vite,/ eventi,/ sentimenti” (Chiarìa d’acqua), insomma a “narrare” e
a “narrarsi“ poeticamente. Il tono prevalente dei testi è discorsivo-riflessivo
o descrittivo-narrativo, con esiti sparsi di vibrazioni liriche o di più
pugnace denuncia (anche attraverso l’artificio di anafore e iterazioni) là dove
l’ispirazione volta a volta si fa confessione intima e abbandono contemplativo,
oppure si alimenta di indignazione per le ingiustizie e l’indifferenza/torpore
della società: la presene bruttura epocale… benché -scrive la Musumeci- di
colpa/ nessuno parli. Nelle prime due raccolte rivive dell’adolescenza e
giovinezza della poetessa la stagione esaltante della “contestazione”, con le
sue ribellioni alla morale familiare e borghese (E io ricordo -senza più
rabbia- la sua paura [del padre] quando andai a vivere nella comune e come
allora non ci capivamo), la liberazione sessuale, e la voglia accesa di
trasformazione della realtà, esperienze che fra l’altro le dettano i versi sul
nomade mago: estasi e strazio nelle viscere… affanno e appagamento, ma a un
tempo pure profeta ombroso di idee/lotta, con il quale fruire vernici e
verzure, zolle e fogli fra pleniluni di scirocco e piazze piovose annebbiate da
spari. Di quegli anni appassionati e illusi in cui amore mestiere e lotta erano
tutt’uno rimarranno, nella successiva solitudine normalizzante e normalizzata
del quotidiano e della professione (il mestiere di Socrate tuttavia!), le
cicatrici non sanate di una profonda frustrazione d’amore (gli amanti sbagliati
ondeggiano dentro la candela) e la memoria/rimpianto (li amo tutti i miei amori
passati) di osterie calde di bicchieri di vino e caldarroste, di falò e
chitarre, del gran piatto conviviale circolare, delle discussioni su pace
rivoluzione guerra e amori. Il fuoco ideale di quella fase ha però continuato a
permeare di sé la vita della donna/Daniela, come segnala la lunga
collaborazione con la rivista Mezzocielo di Simona Mafai e Letizia Battaglia, e
ha conservato vigile lo sguardo dell’autrice sugli sviluppi della società
creando nel suo vissuto un singolare impasto di geloso “liberato” isolamento
(il suo giardino, le sue piante, i suoi animali) e di compartecipe azione nel
sociale, l’uno e l’altra integralmente riflessi nella sua scrittura. Colpisce
in molti testi il ricorrere (e il titolo del volume Ricorrenze è quanto mai
congruo!) del tema della donna e del
sentimento tenacemente coltivato dell’amicizia: tutti gli amici e le amiche che
hanno lasciato un’impronta affettiva o ideale vengono ricordati, ma soprattutto
figure femminili, determinate nelle scelte e protagoniste di fatto, testarde a
suggerire valori, o a tenere desta la lezione del dubbio, come la scrittrice
Giuliana Saladino che -annota la poetessa-
osservava,/ ci osservava,/ si osservava/ inesorabile/ e dolce, o ancora,
benedette dal carico della profezia, come Simona e Miriam Mafai. La “donna” è
ora idealizzata attraverso immagini naturali (Donna); ora chiamata a
“testimone” di terribili situazioni storiche, dagli inizi del ‘900 a oggi
(Colomba dalle ali impeciate), e di precise battaglie politico-civili (Mexico,
Siderea, Partigiane, Compagni, Maestra), compresa la tragica, cruenta,
emancipazione dall’autorità paterna e dalla possessività del maschio (Come le
Urì, Nell’androne); ora è fieramente celebrata per il suo essere uscita di
casa, dal guscio, dal silenzio: donne che scrivono, parlano… s’incontrano…
discutono e gridano… fanno. E non si fermano (Le donne scrivono, A un’amica
giornalista), o è semplicemente ammirata nel suo dignitoso e “anonimo” profilo
quotidiano (l’elegante Signora dal cappello a falde) ma dalla nobile eredità
per chi sa raccoglierla: l’appassionato amore/ per alberi fiori animali/ per
tutto quanto continua/ a viverle intorno/ ostinatamente. L’attenzione
dell’autrice alla contemporaneità focalizza, con opportuna violenza o
accoramento di linguaggio e di immagini, anche la mafia (Via D’Amelio 19 luglio
199, Via dei Gergofil estate 1993, Doli pirotecnici) e l’attuale “geografia”
della fame e dei conflitti (I cognomi degli dei, Spago, Gaza, Nitrato
d’ammonio) con il dramma dei soldati bambini addestrati a tuffarsi nel sangue/
quasi fosse una festa, la diaspora dei profughi, e Beirut la magnificente/
bruciata esplosa. Innumerevoli poi i testi in cui torna il problema dei
migranti: dal suonatore slavo di fisarmonica questuante sotto balconi distratti
e serrati, al signore tamil impiccatosi perché disoccupato, alle centinaia di
innocenti affogati, spiaggiati come pesci avvelenati… asfissiati, o in fila
nella tormenta per una gamella gelata, o scacciati con ruspe e gas dai loro
attendamenti di fortuna, o morti bruciati nei ghetti per raccoglitori di arance
e pomodori: piana molteplice di innominato assassinio- scrive la Musumeci con
riferimento al fatto di cronaca che coinvolse nel 2017 immigrati dal Mali. E
affiancati a loro gli operai morti sul lavoro (Mater matuta) su una terra di
infamia/ e d’infame vergogna, e la distruzione dell’ambiente e del pianeta che
“soffoca” per una violenza esercitata brutalmente alla pari su altri uomini e
sulle creature della natura (Piango l’innocenza dei castagni, Tiglio, I can’t
breathe). Ma “oltre” tutto questo, e in oppositivo ribaltamento, la poetessa
nutre nella sua anima una fame e una sete di bellezza (Da qui nessun altrove) e
una nostalgia etico-religiosa della vita pregna di se stessa (Dialogo
dell’anima col suo angelo) che la fanno indugiare, talora in una sorta di
catalogo-inventario supportato dalla tecnica dell’haiku, su aspetti, esseri,
momenti del mondo naturale: dal suo giardino e cani e gatti amati alla Sicilia
marina e montana nel variare delle stagioni; o su frammenti di vita quotidiana
isolati nella loro nuda, e anch’essa confortante, semplicità. Importanti dunque
l’abbondante nominazione, che è conquista spirituale, di piante (eucalipti,
acacie, ibisco, gelsomino, pomelie, magnolie, buganvillea, glicini, viole,
peonie e, più intensamente, placidi castagni, docili ulivi, ingenui albicocchi,
larici azzurri…) e di animali (gabbiani, rondini, tortore, falchi, merli,
quaglie, tordi, passeri, civette, volpi, lepri, usignoli…) e tutte -come le
chiama l’autrice- quelle pause verdi che aiutano e insegnano a sapersi/ ed
essere/ nel sapore delle cose. E non mancano vaghezza di squarci e pregnanza di
senso nella descrizione: foglie di tiglio in controluce, tremolio di germogli,
la luna che s’accomoda addosso a mo’ di scialle straccetti di nuvole spente, il
mare che trema per vene e dita di luce, il mattino stillante di uccelletti
appena svegliati, i sentieri croccanti di ricci di castagne, l’aria d’agosto
percorsa da zirli, frulli, ronzii, il bosco che fuma per vapori terragni, le
Eolie di sapida salsedine, l’Etna che ora è spumoso di neve fresca, ora esplode
incandescente fino alle placide stelle, ciliegi, mandorli e meli che danzano al
grecale come gonne fiorite di ragazze… Di contro a tutto questo un mare oleoso invece e una
terra arsa e piagata dall’uomo. Allo stesso modo con una città, dove l’aroma languido
dell’oleandro non riesce a soffocare le flatulenze della spazzatura, le
motorette ruggono in rotta e ossessive conturbanti sono le ululanti sirene
antifurto, contrastano il campo setoso che attende cuccioli e bambini ruzzolati
nel sole/ cantando fra le spighe, le mani intrecciate di tre amiche che cantano
una canzone, il guizzo furbo di un bambino/ allegro tra gli scogli, favole e
racconti che a Natale crepitano attorno al focolare per la meraviglia dei
piccoli, il bimbo chino sul foglio che all’asilo disegna un universo di
meraviglie/ inconsapevole della sua potenza, le finestre illuminate per il
desco condiviso o vezzose come spose/ agghindate con gonfi veli/ di lino
ricamati, aperte su una quieta domesticità che fa confessare all’autrice che
sempre [le] s’aggroppa in gola/ una remota nostalgia di gioie altrui/
sconosciute o desuete. E ancora tutti i fruscii e bisbigli presenti nella
poesia Fruscii: di un dito sulla corda di una chitarra, delle labbra di un
bimbo che sogna/ oppure di un vecchio che racconta, fruscii di pagine scorse,
di panni distesi, di petali, di una matita su un foglio, di semi (reali e
metaforici) sotto la zolla, possibili a udirsi solo se si impara a ignorare il
rumore, e che sono nella loro piccolezza e proprio per la loro piccolezza risacralizzazione dell’esistere. La gnome
finale è infatti significativamente riassuntiva e propositiva: Sono sussurrati
i nomi della libertà/ urlate le gerarchie del potere./ Tu, ascolta i fruscii.
Si avverte nell’insieme dei testi di Ricorrenze, attraverso la struggente e
intenerita panoramica fin qui vista -struggente e intenerita per l’altalena
assidua dell’anima della Musumeci, nel confronto col reale, fra slanci e
disincanto, tenaci riprese e nuove inesorabili delusioni (la desolazione che
dilaga [è] landa senza direzione)- si avverte, dicevo, la voglia di innalzare e
assorbire l’esistenza nella dimensione di una “certezza” di trascendenza, quel
regno della quietudine cui si è avviato morendo papa Woityla (Ad una morte
felice). Regno che quanto ai destini sulla terra, di fronte al mistero del
dolore, addita il segreto della croce, che viene definita offerta di
sostituzione, rilucente di compassione, oltre che segno smagliante di equità. E
in questa direzione si sviluppano ne “La quinta dimora” la sezione Quinta
dimora: stanza di vigilie e in “Chiarìa d’acqua” la riscrittura del Cantico
delle creature, dove si chiede che ogni gesto di dono/amore verso l’altro sia
preghiera fino al momento in cui -scrive la poetessa- si dissolva il mio io/
nella pallida ombra di Dio. E tuttavia questo esito ultimo sembra più una
accorata invocazione a se stessa e a Dio (Convalescenza) che un approdo
concluso, rispetto invece all’intuitivo appagante franare e “disciogliersi” e
tornare, attraverso la morte, nel ritmo pur esso divino, universale e ciclico,
della vita cosmica, come paiono segnalare, fra gli altri, i testi Palingenesi,
Cercatemi, Ti discioglierai, e la poesia Omaggio a Santoka che chiude il
volume, nella quale l’interrogativo: E’ mia quest’ombra che dilegua nella
sera?, sembra addensare solo, e dolorosamente, domande irrisolte.
lunedì 8 novembre 2021
Le Edizioni Kemonia inaugurano la loro nuova collana di teatro Skené con l'opera di Adriana Castellucci, "Le stagioni dei Florio. Scene per un allestimento teatrale", pp. 136, euro 13,90
Chi furono veramente i
Florio e cosa significò la loro presenza per Palermo? Filantropi illuminati e
colti mecenati, volti al bene comune, oppure cinici sfruttatori di una classe
operaia, ancora inconsapevole dei suoi diritti? Arrampicatori sociali,
adeguatisi al modello aristocratico, o dignitosi imprenditori, portatori di
un’etica borghese? Megalomani dissipatori del patrimonio familiare oppure
vittime dell’inarrestabile concentrazione capitalistica del Nord?
E come la città aveva
guardato alla loro scalata? Aristocrazia, borghesia nascente, strati popolari
avevano colto le opportunità del processo di modernizzazione da questi avviato?
Quanto alla mafia, il rapporto fra la criminalità organizzata e i Florio si era
configurato come quello fra estorsore e vittima o c’era altro in gioco?
Senza dubbio, nella
memoria storica di Palermo, la potenza del loro mito ancora oggi esercita una
forte suggestione, radicata com’è in diversi ambiti della popolazione
palermitana e nutrita di nostalgia e di rimpianto per quello che la città fu e
avrebbe potuto essere.
Nella stesura di questo
testo teatrale l’autrice non ha scelto alcuna interpretazione storica univoca,
riguardo sia ad alcuni risvolti oscuri dell’ascesa dei Florio, sia alle
responsabilità del loro crollo, preferendo affidare ad una polifonia di voci e
ad una molteplicità di personaggi ragioni e convincimenti riferibili a più
punti di vista. D’altronde, la complessità e le contraddizioni di questa
“dinastia”, nei suoi aspetti pubblici e privati, ne sono la cifra costitutiva,
il che la rende aperta ad ogni interpretazione critica e, pertanto, affascinante
sul piano teatrale.
Adriana
Castellucci, nata a Palermo, dopo la
laurea in Lettere ed il corso di regia teatrale presso la “Teatés” di Michele
Perriera, si trasferisce a Torino, dove svolge la sua esperienza lavorativa per
trentotto anni, coniugando l’attività artistica con quella didattica
nell’ambito di laboratori teatrali rivolti a studenti liceali ed universitari.
Redige i testi e firma la regia di diversi spettacoli, tutti di impegno civile
e a sfondo storico, replicati più volte, generalmente in occasioni ufficiali,
talora istituzionali, anche in diverse città d’Italia e all’estero,
coinvolgendo trenta-quaranta giovani attori per ciascun allestimento: È fatto giorno sulla Resistenza in Europa;
I segni dell’offesa sulle leggi razziali e
Shoà; Volevamo la luna sul Sessantotto; Altiero Spinelli: una vita
per l’Europa sull’impegno europeista; Mauro Rostagno, un uomo
vestito di bianco sulla lotta alla mafia; Camicie rosse sull’epopea dei Mille; Il volo del giovane falco su Federico II di Svevia; Olympe de Gouges. Io sono
la mia opera sull’emancipazione
femminile. Progetta, dirige e conduce per cinque anni consecutivi, con una
compagnia attorale, una serie di lezioni-spettacolo di Storia del Teatro
rivolti a diversi licei torinesi. Collabora, in qualità di consulente storica,
con l’Associazione Viartisti di Torino alla stesura di due testi, Processo a Garibaldi e Processo a Kennedy, rappresentati al Teatro
Carignano di Torino. Nel gennaio 2018, rientrata a Palermo, continua a svolgere
la sua attività artistica, conducendo il laboratorio teatrale di un liceo cittadino.
La pandemia da Covid-19 interrompe questo suo impegno, ma non quello della
ricerca storica e della scrittura drammaturgica. L’opera Le stagioni dei Florio ne è il risultato.
Autori Vari, “Nuova Poesia Italiana. Antologia”, Edizioni Kemonia, pp. 74, euro 15,00
Sono
numerosi gli autori che hanno partecipato con entusiasmo alla composizione di
questa raccolta poetica. Si tratta di un volume collettaneo di poesie in cui
viene fuori tutta la passione per l’arte e la scrittura.
Nuova
Poesia Italiana nasce dall’esigenza di raccontare la
vita attraverso immagini del quotidiano fissate in versi. I componimenti che si
susseguono in quest’opera sono nati dal pensiero e dalle riflessioni di
scrittori e scrittrici che sentivano il bisogno di condividere con gli altri le
loro emozioni. Così la poesia diviene mezzo per unire persone lontane tra loro,
un momento di condivisione fondamentale per sentirsi parte di una comunità.
Nella
prima parte della raccolta, intitolata Alfabeto poetico, le poesie sono
organizzate seguendo l’ordine alfabetico dei nomi di coloro che hanno
partecipato e reso possibile la realizzazione di questo progetto; la seconda
sezione, intitolata Dīwān, si compone di sette poesie scritte da due
autori e vuole dare l’idea di uno spazio intimo e ristretto dove le parole che
compongono i versi delle liriche sono padrone assolute, nonostante non sempre
tutto sia opportunamente descrivibile. La potenza della parola però risiede
proprio nel suo essere in grado di rendersi un mezzo per un’interpretazione più
profonda della realtà in cui lasciarsi trasportare dalle emozioni.
mercoledì 29 settembre 2021
Palermo 30 settembre, Presso la sala stampa del Barbera si presenta “Renzo e Ignazio. Due chiacchiere in attesa della finale” di Enrico Buccheri
Un appuntamento
imperdibile per tutti i tifosi, presenti – futuri – e passati, del Palermo,
“Renzo e Ignazio. Due chiacchiere in attesa della finale” (Edizioni Kemonia) è
il titolo dell’imperdibile volume di Enrico Buccheri che sarà presentato
giovedì 30 settembre, alle ore 18.00, presso la sala stampa dello stadio Renzo
Barbera in Viale del Fante 11, a Palermo. Accoglierà e introdurrà Giovanni
Tarantino. Interverrà il direttore di Trm, Alessandro Amato. Sarà presente
l’autore.
La sala stampa dello stadio Renzo Barbera può ospitare fino a un massimo di 40/45 persone circa, adeguatamente distanziate e con la mascherina. L’accesso di tutti i partecipanti è vincolato all’esibizione del green pass, come da normativa vigente. Il Museum si trova esattamente al piano di sotto rispetto alla sala stampa.
Il libro: “Renzo e
Ignazio. Due chiacchiere in attesa della finale” di Enrico Buccheri , Edizioni
Kemonia
“29 maggio 2011. A Roma si disputa la finale di Coppa Italia di calcio tra Palermo e Inter. La partita è un momento speciale per i sostenitori rosanero pronti ad assistere all’evento da ogni parte del globo.
Rievocando questa
giornata memorabile, l’autore ripercorre i punti salienti della ultracentenaria
storia calcistica della città di Palermo in un racconto in cui i protagonisti
principali sono la passione per i colori rosanero, che quando accende i cuori
lo fa per l’eternità, ed il senso di accoglienza, vera essenza della città.
Tutti i calciatori che hanno vestito la maglia rosanero, come ci raccontano Renzo
Barbera e Ignazio Majo Pagano, si sono sempre sentiti a casa, anzi hanno
vissuto gli anni in questa città come se fossero in Paradiso. Trampolino di
lancio per molti giocatori, il Palermo è stata la squadra delle grandi sfide,
lasciando a volte l’amaro in bocca ai suoi tifosi e a volte provocando una
gioia incontenibile”.
L’autore: Enrico
Buccheri nasce a Palermo. Nella città natale è cresciuto e ha completato gli
studi fino al conseguimento della laurea con lode in Scienze agrarie. Nel 1999
si trasferisce, per motivi di lavoro, a Budrio, in provincia di Bologna, dove
tuttora vive insieme alla moglie Beatrice e al figlio Luigi. Appassionato di
sport, in particolar modo di calcio e pallacanestro, ama leggere e scrivere sia
in prosa sia in poesia. Renzo e Ignazio. Due chiacchiere in attesa della finale
è la sua prima opera.
https://www.edizionikemonia.it/2021/07/31/renzo-e-ignazio-due-chiacchiere-in-attesa-della-finale/
venerdì 30 luglio 2021
In libreria: Massimiliano Cucina, “La leggenda di Farlok. Un nuovo passato”, fantasy, Edizioni Kemonia, pp. 292, euro 15,90
Hispirya è un incantevole mondo che ospita popoli dalle misteriose origini, scenario di innumerevoli guerre narrate attraverso i libri e la cui storia ora sta per ripetersi. Ma cosa accadrebbe se gli eventi trascorsi non fossero stati rivelati del tutto? Quando esistono segreti che non è permesso conoscere, la verità può essere tramutata in leggenda...
Dopo essere finiti per sbaglio nel passato al posto del loro maestro, Grow e i suoi due amici Klaus e Sofy dovranno trovare un modo per tornare nel futuro da cui provengono. Per cercare di aiutarli Zaira, formidabile strega nera, accompagnata dal magico samurai Keroshi e da Cloe, un’affascinante quanto pericolosa ninfa dei boschi, li seguirà in questo insidioso viaggio nel tempo!
L’avventura porterà i protagonisti a scoprire nuove realtà e a misurarsi con loro stessi e con la loro amicizia. Nel frattempo pian piano scopriranno quello che conoscevano solo tramite la lettura delle leggende del passato. Il loro ingresso sulla scena però potrebbe cambiare la storia…
Massimiliano Cucina è nato a Palermo nel 1986. Ha studiato per diventare un perito tecnico-commerciale, ma subito dopo il diploma la sua carriera lavorativa ha avuto una totale svolta, permettendogli di inserirsi nell’ambito della ristorazione. Tra le sue passioni rientrano gli scacchi e la scrittura, alla quale si è dedicato elaborando una storia che ha deciso di suddividere in una trilogia, di cui questo è il secondo volume. Insieme al presente romanzo ha realizzato un nuovo passatempo per gli amanti dei giochi da tavolo, inserendo all’interno del libro il regolamento e la descrizione di uno speciale mazzo di carte che può essere acquistato separatamente.
In libreria: Enrico Buccheri, “Renzo e Ignazio. Due chiacchiere in attesa della finale”, racconti, Edizioni Kemonia, pp. 132, euro 13,90
L’amore per la propria città e
per la propria squadra di calcio è il tema principale dell’opera. L’autore
potrebbe essere paragonato a migliaia di palermitani che amano la loro squadra
e con lei e per lei gioiscono e soffrono. E se questa squadra, da sempre
condannata a disputare campionati alternanti fra Serie A, Serie B e qualche
volta, ahimè, Serie C, riesce a raggiungere un traguardo di valenza nazionale e
internazionale, come è la finale di Coppa Italia, scatta nella mente del tifoso
una voglia di riscatto che va oltre il semplice tifo.
Questo è quello che è accaduto
il 29 maggio 2011. A Roma si disputa la finale di Coppa Italia di calcio tra
Palermo e Inter. La partita è un momento speciale per i sostenitori rosanero
pronti ad assistere all’evento da ogni parte del globo.
Rievocando questa giornata
memorabile, l’autore ripercorre i punti salienti della ultracentenaria storia
calcistica della città di Palermo in un racconto in cui i protagonisti
principali sono la passione per i colori rosanero, che quando accende i cuori
lo fa per l’eternità, ed il senso di accoglienza, vera essenza della città.
Tutti i calciatori che hanno vestito la maglia rosanero, come ci raccontano
Renzo Barbera e Ignazio Majo Pagano, si sono sempre sentiti a casa, anzi hanno
vissuto gli anni in questa città come se fossero in Paradiso. Trampolino di
lancio per molti giocatori, il Palermo è stata la squadra delle grandi sfide,
lasciando a volte l’amaro in bocca ai suoi tifosi e a volte provocando una gioia
incontenibile.
Enrico Buccheri nasce a Palermo. Nella
città natale è cresciuto e ha completato gli studi fino al conseguimento della
laurea con lode in Scienze agrarie. Nel 1999 si trasferisce, per motivi di
lavoro, a Budrio, in provincia di Bologna, dove tuttora vive insieme alla
moglie Beatrice e al figlio Luigi. Appassionato di sport, in particolar modo di
calcio e pallacanestro, ama leggere e scrivere sia in prosa sia in poesia. Renzo e Ignazio. Due
chiacchiere in attesa della finale è
la sua prima opera.



